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Genitori a tutti i costi

Genitori a tutti i costi

Perché è capitato proprio a noi? Si domandano tristemente molte coppie quando scoprono di non riuscire a procreare, incapaci di accettare che mettere al mondo un bambino sia solo una potenzialità, non una sorte predestinata.

L’infertilità è sempre più diffusa nel mondo. Gli studi indicano che in Italia una coppia su cinque è infertile e ogni anno 60 000 nuove coppie ricorrono a cure mediche. Questi dati sono confermati dall’organizzazione Mondiale della Sanità che considera ormai il fenomeno un’emergenza sanitaria, soprattutto nei paesi cosiddetti sviluppati. Nonostante i progressi compiuti dalla medicina negli ultimi anni, in Italia la percentuale di successo di nascite ottenute grazie alla procreazione assistita è di circa il 20 per cento, un dato molto variabile in funzione dell’età della madre. La percentuale sale infatti al 50 per cento nelle donne ventenni e scende al 7-8 per cento tra le ultra-quarantenni, dove cresce il rischio di malformazioni fetali, aborti spontanei e altre complicanze.

Il prolungarsi degli studi, il desiderio di un ruolo non coincidente con quello materno, gli impegni professionali uniti a rapporti di coppia sempre più instabili o l’impossibilità per molte giovani di trovare un lavoro inducono le donne a rimandare la decisione di avere un bambino. Dopo i 30 anni, quando l’ovulazione spontanea inizia a diminuire e la metà degli ovuli risulta inefficace, la probabilità di riuscita si riduce. Ha inizio così la frenetica corsa contro il tempo alla ricerca esasperata del “bambino dell’ultimo minuto”, proprio quando il concepimento diventa più difficile. Non riuscire a mettere al mondo un bambino in modo naturale è sentito come un evento che offende e umilia, una disabilità, un deficit della propria identità femminile o maschile.

Quando si decide di ricorrere alla procreazione, l’attesa di un figlio è costellata per molte coppie da complicati calcoli delle probabilità sulla base del numero e della mobilità degli spermatozoi, dei valori ormonali femminili o delle caratteristiche morfologiche dell’apparato riproduttivo, del numero di follicoli prodotti grazie alla stimolazione o degli embrioni che riescono ad arrivare allo stadio di blastocisti. La tecnica irrompe nella vita coniugale e si impone nel linguaggio e nei gesti della coppia che in poco tempo si impossessa di termini medici e trasforma la propria vita sessuale in un appuntamento forzato con la speranza, dove le esigenze riproduttive entrano in contrasto con i tempi del desiderio reale. La sessualità prescritta e controllata, finalizzata esclusivamente alla riproduzione, smette di essere fonte di piacere, deprivata da quella dimensione gratuita e fantasiosa che alimenta il desiderio.

La nostra vita sessuale e quindi anche la nostra intimità sono scandite dall’ovulazione che viene misurata quotidianamente; raramente abbiamo rapporti nel periodo in cui non posso rimanere incinta perché è come se fosse considerato inutile. Fare l’amore è diventato un peso, racconta una donna. La coppia, totalmente assorbita dall’idea del concepimento, stenta a ritrovare un dialogo e la vita in comune viene esposta a una tensione crescente, in cui si fa fatica ad accettare una vita coniugale senza discendenza e a rinunciare all’idea che solo i figli possano essere la garanzia di una vita appagante.

Negli ultimi anni in Internet sono nati molti siti e forum dove le cacciatrici di cicogne possono raccontare le proprie esperienze: luoghi virtuali e protetti nei quali condividere non solo informazioni e consigli ma anche emozioni. Nell’interazione con altri che condividono le stesse difficoltà si può vedere il problema secondo prospettive più ampie, scoprire in sé capacità di ascolto e di comprensione e non solo trovare suggerimenti pratici e concrete indicazioni d’intervento.

Tuttavia nei casi più critici l’omogeneità delle esperienze senza il supporto di un terapeuta può portare a situazioni di aiuto incompleto. Le dimensioni problematiche, in assenza di interpreti capaci di attraversarle, rischiano di radicalizzare il problema senza favorire un processo di trasformazione.